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GIANNI DEGLI ANTONI - L'intervista

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GIANNI DEGLI ANTONI - L'intervista

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Redazione

Inserito il 3 febbraio 2010 alle 0.00


Innovation Cafè

Chi è il Prof. Gianni Degli Antoni...
Giovanni (Gianni) Degli Antoni si è laureato in fisica all'Università degli Studi di Milano nel 1960. Grande esperto di elettronica, si interessa alla cibernetica e ai calcolatori elettronici e, nel 1977 presso l'Università di Milano, dà vita all'Istituto di Cibernetica, nato dal precedente Gruppo di Elettronica e Cibernetica. E' tra i fondatori del corso di laurea in Scienze dell'Informazione prima e in Informatica poi.
Il professor Degli Antoni trasforma l'Istituto di Cibernetica nel Dipartimento di Scienze dell'Informazione che dirigerà fino al 1991. Si è sempre fatto promotore del Web, dell'automazione, dell'intelligenza artificiale e della multimedialità. Nel settembre scorso è stato anche insignito dell'onorificenza ONU "Amico delle Nazioni Unite" per gli alti valori scientifici.
 

Buongiorno Professore. Che cosa significa per lei "innovare"?
Innanzitutto "Innovare" non è "Innovazione".
Innovare vuol dire migliorare prodotti che esistono per un mercato già definito; può voler dire rinnovare il mercato, il prodotto, la redditività, l'amministrazione, la pubblicità... ci sono molti modi per Innovare. Ma Innovare significa rinnovare (in meglio) ciò che già esiste. Innovare è un verbo molto chiaro infatti il complemento oggetto di Innovare è "ciò su cui si deve lavorare per innovare".
Innovazione invece è un sostantivo, non specifica la cosa su cui si deve lavorare (non si fa innovazione SU o innovazione DI qualcosa). Quando si parla di Innovazione, si fa riferimento a prodotti di nuova natura a cui di solito si associa la creatività. Specie in un periodo come questo, di evidente crisi, progettare e realizzare un prodotto veramente innovativo (quindi non tanto basato sul cambiamento di qualcosa che già c'è, ma totalmente inedito) è tutt'altro che semplice. Questo anche perché in Italia non c'è una cultura dell'Innovazione. Tante persone si stanno impegnando per dar vita a prodotti innovativi, a volte inventano effettivamente cose nuove anche molto interessanti che possono finire sul mercato, ma i miei dubbi sono... quanto durano? Qual è lo sforzo e i fondi che vengono investiti? Quali sono le innovazioni che poi evolvono fino a diventare a buon mercato? Talvolta possiamo dire che i fondi investiti danno risultati interessanti, ma ho l'impressione che, nel complesso, non succeda poi granché nel nostro panorama.
L'Innovazione è una cosa di grandissima serietà perché, se un prodotto veramente innovativo ha successo, può dar vita poi a una nuova linea di prodotti, a un nuovo mercato, a una nuova azienda o far crescere una piccola azienda. L'Innovazione è molto rischiosa, molto più dell'Innovare.
C'è da fare anche una precisazione: in alcuni ambiti (es. la telefonia) l'Innovazione non coincide con il "semplice" progresso tecnologico di settore. L'innovazione non può essere una cosa prevedibile: se lascio cadere un sasso lo so già che cade perché la legge di caduta dei gravi è nota, lo stesso vale per i microprocessori, seguono la legge di Moore e quindi ogni due anni la loro velocità raddoppia. Questo rende possibile fare nuove funzionalità che sono da considerarsi normali evoluzioni e non vera Innovazione. Inoltre, queste evoluzioni, nascono già protette da proprietà intellettuale e normalmente rimangono protette anche negli sviluppi successivi. Questo significa che non ci sono nuovi attori che intervengono sul mercato, ma si tendono a rafforzare le posizioni che già sono definite. Ovviamente non sono contrario alla proprietà intellettuale, è chiaro che se non si proteggono i prodotti la probabilità che vengano copiati è alta e l'investimento non verrebbe valorizzato. Anche se ci sono casi in cui sarebbe interessante che ci fossero delle copie esplicite... penso a certi lavori realizzati da studenti che potrebbero essere presi e utilizzati senza problemi, in fondo per loro si tratta di progetti di studio.
Il discorso è diverso quando dietro c'è un investimento in ricerca con fondi più o meno pubblici o privati. Ovviamente l'Innovazione ha un costo rilevante, ammortizzato però anche dell'aumento di competenza delle persone. Per le piccole-medie imprese una soluzione potrebbe essere l'eliminazione temporanea delle tasse, piuttosto che un finanziamento. Privandole delle tasse, infatti, avrebbero più vantaggi e incentivi a continuare a innovare. La strada più giusta (anche nella ricerca) è sempre quella della libertà togliendo potere ai sistemi dirigistici di finanziamento dell'Innovazione e, appunto, riducendo o togliendo le tasse alle piccole aziende.
La parola Innovare non associata ad una adeguata fase di ricerca (analisi del mercato, del trend e della competizione...) non ha molto senso. Avere un prodotto innovativo senza un mercato che lo accolga è inutile, se voglio proporlo al pubblico devo PRIMA valutare con attenzione il mercato, il trend, i competitors e lo sforzo da investire rispetto al risultato.
Sarebbe anche utile conoscere a fondo, piuttosto che la definizione di cosa sia l'Innovazione, che cosa è successo fino a questo momento nel campo dell'Innovazione. Cioè: quali innovazioni sono state effettivamente portate avanti? Quali sono stati i risultati? Sono questioni che ovviamente non sottoporrei a chi l'innovazione la fa perché parlerebbe di ciò che sta portando avanti in prima persona essendo suo interesse promuovere quello che sta realizzando, mentre il punto di vista più interessante sarebbe quello di comprendere la dinamica di crescita delle piccole medie imprese e il loro rapporto con l'Innovazione.
 

Quali sono i principali requisiti per poter innovare oggi in Italia?
Noi siamo in crisi quindi dobbiamo innovare in maniera finalizzata: riducendo i costi (anche di produzione) e migliorando la qualità. Di sicuro la crisi non si risolve creando nuovi prodotti con soldi pubblici.
I finanziamenti pubblici nella ricerca hanno un problema di fondo: vengono spesi senza sicurezza di ritorno di investimento e allo stesso tempo distogliendo l'attenzione dalla normale attività della società per orientarla in una direzione incerta, a volte anche promettente, ma pur sempre rischiosa.
Quando la società è in crisi prima di tutto bisogna migliorare le cose che già ci sono, dal'impianto telefonico, all'idraulica, fino alla raccolta dell'immondizia. La gente dovrebbe imparare a vivere modestamente, se invece la gente punta al successo ad ogni costo la crisi non finirà facilmente. C'è una fase di ripresa in corso, ma temo sia solo apparente. A lungo termine si aggraverà il problema della disoccupazione e l'Innovazione avrà il compito di aumentare i posti di lavoro e la ricchezza alle persone, ma senza depauperare. La crisi è internazionale e i disoccupati sono ovunque. E' necessaria una strategia complessiva perché l'innovazione applicata ai singoli prodotti produca effetti anche a lungo termine. L'innovazione immediata, modesta e subito visibile, è interessante per fare articoli di giornale o incontri che danno lustro alle aziende, ma interroghiamoci sui risultati prodotti ultimamente da questo tipo di innovazione... quali conseguenze ci sono state a lungo termine?
L'esportazione è un buon termometro.
Un altro modo per favorire l'Innovazione potrebbe essere che chi la produce si faccia pagare meno dalle aziende. Mi rendo conto che questo possa sembrare un fallimento per chi nell'Innovazione ci crede e la fa, ma al momento volersi arricchire non è utile guardando al bene della società nel suo complesso. Lasciamo piuttosto che sia il mercato a decidere, è l'unico parametro che può decretare il successo dell'Innovazione, non di sicuro un gruppo di selezionatori di finanziamenti pubblici.

 

Molti sostengono che manchi un "sistema complessivo" che metta al centro l'Innovazione. Che cosa ne pensa?
La creazione di un sistema prevedrebbe un eccessivo interventismo da parte dello Stato che creerebbe una sorta di tendenza unica da seguire in fatto di Innovazione, quasi un sistema di controllo della crescita. A quel punto tutti, per ottenere finanziamenti, seguirebbero le indicazioni ricevute dall'alto limitandosi ad andare a traino. Le aziende che cercano finanziamenti sono contente di riceverli, ma sono anche coscienti che rappresentino un pessimo investimento, sono i primi ad ammettere di dover seguire dei trend (o addirittura delle mode) stabilite spesso da burocrati, o comunque persone incompetenti. Pensare a un sistema complessivo sarebbe come promuovere questi stessi errori a livello macroscopico. Per questo sono contrario a un "sistema dell'Innovazione".
Negli Stati Uniti questo non succede, l'Innovazione è in mano alle persone, ai progettisti, al mercato. Chi ha idee può entrare in gioco, è la conseguenza del "sogno americano" in grado di produrre innovazione senza bisogno di un "sistema" che rappresenterebbe un ritorno al centralismo democratico dell'Unione Sovietica.
Oggi la ricerca è già dominata da lobbies. Qui si inserisce anche la politica che ha la necessità di dare visibilità alle azioni che compie in questo senso. Oggi i costi per la ricerca sono aumentati e i finanziamenti si muovono, ma sono orientati a raccogliere consensi. E non mi riferisco specificamente a partiti di destra o di sinistra, purtroppo in fatto di Innovazione i comportamenti sono gli stessi. La libertà nella ricerca è fondamentale.
Negli Stati Uniti lo Stato e l'Esercito investono parecchio nella ricerca, ma lo fanno in maniera molto acuta: fanno le loro richieste al mercato. Non si tratta solo di richieste specifiche... sono vere e proprie richieste impossibili! Questo è uno stimolo grandissimo per le aziende che hanno la possibilità di confrontarsi in concorsi pubblici seri e organizzati, in cui i concorrenti ricevono anche dei soldi per poter partecipare in modo da non subire un eccessivo contraccolpo se il proprio progetto non dovesse vincere. Lo Stato e l'Esercito cercano le risposte ai loro problemi (seri e ben specifici) e allo stesso tempo investono nella ricerca privata. Una cosa non trascurabile è che possono partecipare anche aziende straniere. Qui il paragone con l'Italia è inevitabile, un paese che da sempre si difende dallo straniero chiudendosi. Il rischio è chiaramente quello di arrivare dopo degli altri nel tentativo di fare da soli. Nel confronto con gli altri il rischio è si di prendersi delle gran batoste, ma allo stesso tempo di crescere a forza di sbagliare e di imparare da chi sa fare meglio, indipendentemente dalla nazionalità. Chi ne guadagna è comunque chi ha bisogno di Innovazione perché ottiene il meglio, senza accontentarsi di un "compromesso nazionale", è il mercato che deve decidere.

 

Qual e' stata, a suo parere, la più grande innovazione nelle telecomunicazioni degli ultimi 10 anni in Italia? E all'estero?
Per me solo il telefonino di Steve Job, l'iPhone. Non vedo altro.
Anche se quel tipo di tecnologica di comando tattile è presente in Italia da 20 anni (e anche di più), ci lavorai anch'io. Il problema, allora come oggi, è una cultura sbagliata. Troppe persone continuano a credere che le Università debbano portare avanti progetti indipendenti rispetto a quelli delle aziende. Per la verità anche le aziende sono spesso molto refrattarie nei confronti della ricerca universitaria, sono più interessate ad avere persone abili e capaci, con una buona preparazione... senza però esagerare perché non creino troppi problemi alla dirigenza.
Se andiamo a veder le tesi universitarie degli ultimi 20 anni possiamo trovare degli autentici capolavori, ma le aziende non si sono date la briga di capirle né di premiarle, non si parla necessariamente di dare soldi ai ricercatori, ma di investire lasciando che sia poi il mercato a decidere.

Un video che rappresenta il suo punto di vista sull'innovazione?


Trailer di un'intervista a Gianni Degli Antoni dedicata alle Nuvole.


Poco fa ci ha parlato di Innovazione e crisi, quali direzioni dovrebbero prendere gli Innovatori
di oggi di fronte a questa situazione congiunturale?

Dalla crisi possono arrivare anche una serie di grandi opportunità.
A livello mondiale l'Africa dovrebbe trovare il modo di aumentare la produzione agricola per sopravvivere, noi stessi dobbiamo innovare anche l'agricoltura per poter dare loro maggiori opportunità. Questo per prendere atto che l'Innovazione si muove sulle necessità! Poi c'è un altro grande problema da risolvere: l'inquinamento e gli sprechi, due cose comuni a tutti i paesi del mondo. Un trend che vedo molto forte è il green computing.
I computer consumano veramente molto e sono in arrivo dei nuovi computer che risparmiano parecchia energia: sono privi di tanti componenti che con il tempo non saranno più necessari in quanto i computer diventeranno strumenti di accesso alle cosiddette "Nuvole", a Google e simili. Il cloud computing è ormai scritto nel futuro dell'informatica, sarà la soluzione all'eccessivo consumo di energia e ai costi di impianto e manutenzione, ma anche un fenomeno sociale. Chi ne soffrirà inizialmente saranno le aziende che producono software ma, se sapranno lavorare bene, potranno uscirne rinforzate; penso a Google, Amazon ma anche a Yahoo e Microsoft con molta cautela, soprattutto quest'ultima che rischia molto. Negli States è stato calcolato che il 15% del consumo di energia elettrica è imputabile ai computer, una percentuale che deve assolutamente abbassarsi e questo è realizzabile grazie anche alle Nuvole. Sul green computing c'è tanto su cui lavorare e tanti spazi per l'Innovazione. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che non esiste solo l'Innovazione tout court, ma ci sono anche le conseguenze dell'Innovazione da considerare: quando le caratteristiche dei prodotti cambiano, si modificano anche le sue applicazioni.
Ad esempio quando un prodotto costa meno viene usato di più e può creare un significativo cambiamento sul mercato, questo cambiamento può superare di gran lunga le conseguenze derivanti dal lancio di nuovo prodotto, anche se altamente competitivo. Quindi in tempo di crisi l'Innovazione sta anche nell'uso dei prodotti. Qualsiasi innovazione in grado di migliorare un prodotto o servizio in termini d'uso (quindi economici) va considerata, ovviamente avrà un tasso di innovazione più o meno alto o degno di nota.


Quale futuro vede per i social network? Possono essere uno strumento per incentivare e condividere nuove forme di innovazione?

I social network sono numerosi. Oggi, per esempio, possono essere utili agli studenti per comunicare e far circolare le idee.
Prendiamo il caso di Facebook di cui tanto si è parlato, anche a sproposito. Facebook è uno strumento di comunicazione, tanto quanto la posta elettronica per intenderci, ma molto più complesso e raffinato. Può anche far perdere tempo e la gente finisce per giocarci... ma cosa c'è di male? Tutti i bambini a una certa età giocano e poco alla volta crescono, ora compare un gioco che può essere usato anche dagli adulti e tutti gridano allo scandalo! Noi dobbiamo imparare necessariamente la comunicazione a più attori, quindi ben venga Facebook per insegnarci a comunicare. Anche le aziende stanno imparando come comunicare in maniera intelligente con Facebook, anche se al momento c'è parecchia confusione, ma mi sembra di vedere dei miglioramenti, penso anche alle ultime modifiche in fatto di privacy e sicurezza. Dopo Facebook è arrivato anche Twitter che è già certamente un ulteriore passo avanti.
Il passaggio attraverso i giovani, attraverso il gioco, è indispensabile e prepara le persone a forme di comunicazione più complessa. Internet è una realtà sempre più grande, pensiamo al numero di siti che nasce e muore ogni giorno. La creazione di communities di persone che condividono interessi è indispensabile per farsi strada, per capire le direzioni e i gusti di chi sta nella rete ed è fondamentale anche per il business. Internet ha cambiato la cultura economica del mondo, tutte le economie sono ormai basate sull'utilizzo di internet.
C'è invece il problema di imparare a usare bene queste communities per creare ricchezza, risparmio e valore. Sono fondamentali anche per orientare la pubblicità che oggi regge l'intero sistema. Non bastano i motori di ricerca quando si stanno cercando delle informazioni, ci sono troppe aziende che oggi si occupano di intervenire nei criteri di ricerca, le communities sono importanti anche per orientarsi in questo. Le communities e le reti sociali sono ancora oggetti in cerca di obiettivi, ma a breve avranno un ruolo fondamentale.

 

Quale consiglio potrebbe dare oggi ai giovani intenzionati a sviluppare soluzioni innovative per internet media e mobile?
Farò riferimento al mondo accademico che ben conosco.
La crisi ha portato come conseguenza il fatto che moltissimi studenti oggi hanno un lavoro per mantenersi durante il periodo di studi. E' un primo contatto con il mondo del lavoro che li arricchisce. Hanno modo di rendersi conto che, purtroppo, c'è anche un accademismo che fa perdere tempo. In certe parti della Germania per esempio si usa fare che metà del tempo è utilizzato per il lavoro vero e proprio, l'altra metà per lo studio, ovviamente con le interazioni necessarie tra queste due dimensioni.
La cultura dei docenti è un problema:
sono piuttosto refrattari, insegnano le stesse cose da anni e anni (con le dovute eccezioni in settori come la medicina, biologia, fisica e poco altro) e non esiste innovazione nei contenuti. C'è in generale una frammentazione del sapere. Le università hanno aumentato il numero di cattedre e poi di ricercatori, si va nella direzione di avere dei grandissimi esperti altamente specializzati, ma nessuno che poi si occupi della deframmentazione del sapere. Manca una visione complessiva.
C'è grandissimo bisogno di deframmentare, soprattutto nelle discipline scientifiche in cui oggi per studiare una cosa seriamente ci vogliono 10 anni. Sono tempi lunghissimi. A questo va aggiunto che ci sono delle discipline che in Italia ci si rifiuta di studiare per questioni di potere e di conservazione e quando si inizierà a farlo avremmo accumulato un ritardo incredibile, penso in particolare alla fisica. Questo anche per far capire che la presenza di un gruppo ristretto di persone che decide è molto dannosa.
La cultura dominante finisce per escludere dai fondi per la ricerca intere discipline perché non sono conosciute, gradite o considerate (a torto) importanti. Ancora una volta la soluzione è aumentare la libertà, c'è ancora troppo dirigismo. Bisogna aprire le porte delle Università perché i giovani possano sperimentare, aumentare la libertà a costo di fare ricerche sbagliate. Troppe di quelle che oggi facciamo sembrano avere senso eppure sono al limite dell'inutilità!
Sbagliando si impara, ma se non si sbaglia...

Gianni Degli Antoni
http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Degli_Antoni
http://www.pesnet.info/gda

 

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